Lunedì, 10 Settembre 2012 21:52

Intervista Elisabeth Aro

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Elizabeth Aro, artista poliedrica nata a Buenos Aires, cittadina del mondo ma fortemente latina: le sue scelte di vita l’hanno portata a stabilirsi in Spagna per 15 anni dal 1990 al 2005 e poi ad approdare in Italia.

Mondo_feltroE l’Italia sarà la terra definitiva o una tappa del percorso? E’ una domanda che le fa scaturire un sorriso: “Speriamo di no, vorrebbe dire che avrei smesso di ricercare”. Come un moderno Diogene, con il sacro fuoco dell’arte anche Elizabeth cerca, indaga, trattiene emozioni per poi farle scaturire secondo il suo estro nell’opera d’arte. E’ stata la prima donna ad esporre una personale al Reina Sophia di Buenos Aires, ha allestito mostre in tutto il mondo (dagli Stati Uniti all’America Latina, in Europa, in Egitto).

Il suo mondo artistico evolve attraverso diversi materiali, ma è sempre accattivante e caloroso, anche quando spinge ad un impatto duro come un mondo che sembra ardere ai piedi, o si frammenta in mille giochi di specchi. Questo perché dentro quel fuoco, dentro quel percorso esistenziale, quella ricerca, c’è un animo fiducioso nei confronti della natura dell’essere umano, portato sì a sbagliare, distruggere, ma anche illuminato nel suo intimo dal bene, da una cognizione ancestralmente positiva della vita e del suo valore.

Conoscere Elizabeth è come aprire una porta verso una nuova dimensione: un sorriso non ancora disincantato, forte, contagioso, sprigiona un’armonia, una gioia e una positività anche al di fuori della sua opera d’arte.

Come è iniziata la sua carriera artistica?

Mi sono diplomata in pittura a Buenos Aires, ho dipinto per diversi anni ma poi ho coltivato altre forme artistiche perché sentivo di non avere avuto modo di esprimere il mio mondo, la mia visione solo attraverso una tela.

Lei ha sperimentato e sperimenta tuttora diversi materiali: dai tessuti broccati al feltro, dal vetro al metallo. Ha preferito spostarsi verso un’arte tridimensionale?

Negli ultimi anni soprattutto ho privilegiato il mondo degli oggetti e degli spazi che li circondano. Conferiscono un forte impatto emotivo, comunicativo e danno a chi li osserva una capacità di interazione con l’immagine decisamente più intensa.

Vedendo un’opera come “The World is at your feet” (2007) l’intensità espressiva è certamente potenziata dalla posizione del tessuto oltre che dal colore. Il rosso ardente dona movimento al mondo ma che contemporaneamente sembra andare a fuoco da un lato e nascere dal magma iniziale dall’altro.

La percezione è molto importante nelle mie opere. E lo spettatore non è inattivo, ma è chiamato ad un “lavoro” concettuale, emozionale, interpretativo. Non è avulso, è partecipe: il mio tentativo è quello di provocare reazioni e dimostrare anche la complessità degli stati d’animo, la ricchezza e varietà che è “interna” ad ogni essere umano.

Lo spettatore è parte dell’opera anche in una delle sue ultime realizzazioni, esposta a Valencia proprio la scorsa settimana e intitolata “Mirror World”, un’installazione particolarmente evocativa.Mirror_world

Lo spettatore è a metà: dietro di sé ha un globo terrestre intatto che però si riflette (insieme a lui e al suo punto di osservazione) in un planisfero posto a terra e fatto di specchi frantumati. In questo caso le forme riflettono nel vero senso del termine la complessità del nostro universo emotivo e lo rendono “visibile”. Il mondo di specchi non è “rotto” ma frammentato, come le rappresentazioni emotive che ciascuno di noi riproduce, uniche e diverse. Per cui questa superficie non è rotta ma è la raffigurazione di una molteplicità di mondi interiori.

La rottura esteriore è una rappresentazione di una complessità interiore, come se la raffigurazione materica riuscisse a svelare meglio qualcosa che rimane confuso perché fatto di numerose emozioni. L’arte è come in un’interpretazione neoclassica, una forma di catarsi per liberarsi dalle emozioni e arrivare ad uno stato di quiete “superiore”?

Provocare una catarsi è un esperimento artisticamente interessante. Sarebbe come sciogliere un “nodo interiore” attraverso una materializzazione dell’emozione interna, una sua esternalizzazione per meglio comprenderla, assorbirla e superarla. Superarla nel senso di elevarsi al di sopra e raggiungere una pace. E’ un’ambizione quella di provocare una catarsi attraverso l’arte. Alcuni problemi ci comprimono e non ci permettono di vedere oltre, ma riuscendo a distogliere la nebbia anche la nostra visione delle cose e della vita assumerebbe tutta un’altra proporzione.

E’ un’arte che cambia, si evolve e spesso rimane “estemporanea” perché non sopravvive all’installazione. Non è un dolore anche questo da superare per un artista?

Le opere spesso hanno così tanta espressività e impatto perché sono poste nel luogo giusto. Ed è giusto che in alcuni casi “non sopravvivano” al luogo, rimangano nel ricordo. Mi interessa dimostrare anche come siamo in grado di portare avanti un cambiamento, gestirlo soprattutto se è inevitabile. La mia arte stessa è cambiata nel corso del tempo perché sono maturati sentimenti, emozioni, riflessioni che per me sono come degli accessori della nostra vita. Senza non avremmo la capacità di andare oltre, capire, migliorare.

Lei ora ha scelto di fare tappa nel suo viaggio in Italia. E di affrontare una nuova avventura che è la costituzione di una Associazione in un territorio dal paesaggio fortemente artistico.

I miei nonni erano europei, spagnoli e italiani. Dunque anche nel mio percorso “a ritroso” sto recuperando le mie radici. Qui sto portando avanti la mia ricerca artistica e contemporaneamente ho deciso di far nascere una Associazione culturale “Big Bang” che possa valorizzare il territorio e i suoi artisti. Abbiamo sede in una zona splendida tra il lago Maggiore e d’Orta, in Piemonte. Abbiamo già realizzato diverse iniziative portando artisti italiani ad esporre in diverse parti d’Europa, ospiti di altri artisti. Un sodalizio, uno scambio di opportunità.

Il Piemonte è la sua terra “d’adozione”, ma lei ha ricambiato in maniera artistica…

Ho avuto l’onore di rappresentare il Piemonte nel 2009 durante una mostra a Il Cairo in cui ho realizzato le mie opere con tessuti prodotti nella regione.

La sua sperimentazione ha “toccato” diversi materiali, qual è l’opera che le manca e le piacerebbe realizzare nel futuro? Sicuramente una scultura urbana.

Non saprei ancora immaginarla ma mi piacerebbe realizzarne una.

Il mondo moderno è in una fase storica critica, se dovesse farne una fotografia istantanea quale immagine gli dedicherebbe?

Qualcosa di floreale. Tutto il negativo che ci viene comunicato colpisce più delle notizie positive perché noi come esseri umani non siamo capaci di introiettare le emozioni così violente. Ma dobbiamo guardare avanti e fare lo sforzo di cogliere anche in questa fase difficile ciò che di buono accade intorno a noi.

TB Gennaio 2012

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